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14/6/2011 TRADIZIONI INDIANE: IL SATI (BAGNO DI FUOCO)

 

Sati, il bagno di fuoco

 

E’ proibito, ma c’è ancora chi lo pratica in modo clandestino. Un rituale atroce, che tocca alle vedove indiane alla morte del marito. Ma devono volerlo. Per tradizione, la decisione spetta solo a loro, che manifestano la volontà di subirlo, pronunciando le parole “sat, sat, sat”, che significano è, è; è. Da sat deriva sati e la parola indica sia il rito, sia la vedova che si immola sulla pira.

Dopo che la vedova ha pronunciato le parole rituali, un tribunale di brahmani appura che si tratti di un atto volontario e che la donna abbia i requisiti necessari. Quali? Non deve essere incinta, né mestruata o impura per qualche motivo. La famiglia può cercare di dissuaderla, buttandole addosso dell’acqua tinta con l’indago. Siccome il blu indago è il colore dei paria, la donna diventa impura.

Tante volte le vedove fanno bruciare in silenzio la mano e danno prova di coraggio. “E questo succede perché il sat –spiegano Catherine Clement e André Lewin nel libro Indiani e India (Il viaggiatore) è un’ispirazione mistica, una sorta di trance soprannaturale che si impadronisce della donna e fa di lei una yogini, uno yogi al femminile, capace di dominare il dolore Se il rito si interrompe, sia perché qualcuno della famiglia riesce a gettare acqua di indigo sul rogo, sia perché la pioggia lo spegne, la donna sopravvissuta diventa una sati vivente, venerata come se si fosse immolata, poiché ha avuto l’ispirazione del sati”.

Sati, il bagno di fuoco. INDIA

Dunque, il rito è considerato un atto di devozione verso il marito e solo le donne virtuose sono in grado di compierlo. Il rito si diffonde in epoca medievale tra le caste dei sacerdoti e dei militari, le più elevate, in un contesto in cui le donne erano considerate dai maschi esseri inferiori. Per gli uomini appartenenti a tali caste, la moglie era vista come un peso, in quanto non contribuiva all'economia familiare, ed era ritenuta una proprietà del marito. Quando muore il marito, la donna diventa una nullità e la prospettiva del suicidio diventa l'unica.

Nel Medioevo, le mogli dei soldati morti si gettavano in massa nel fuoco, compiendo dei veri e propri suicidi collettivi (johuar). Miravano a conservare il proprio onore sotto la minaccia del nemico, e al giorno d'oggi esistono ancora dei canti popolari che esaltano il sacrificio estremo di quelle donne.

Ma come si veste la donna ammessa al sati? Indossa il suo sari di matrimonio. Subito appoggia una mano sul muro di cinta che racchiude il luogo in cui si trova la pira funebre. A Jodhpur e Jaisalmer si possono vedere tante mani tinte di rosso, ricoperte di oro. Sono oggetto di culto.

“La cremazione – si legge ancora- riproduce il rituale del matrimonio. Vestita di rosso, con in mano una noce di cocco con le fibre raccolte nella crocchia dell’asceta, la sposa sale sulla pira e si stende al fianco del cadavere del marito. Per alcuni istanti, prima di dare il segnale, la donna ha il potere di lanciare maledizioni o di imporre proibizioni ai membri della famiglia. Può dar fuoco lei stessa alla pira, oppure lo fa un fratello minore. Il suono dei tamburi nasconderà le grida, ma secondo la tradizione, una sati non grida perché non soffre. Non soffre perché in pochi istanti si trasforma in una dea potente e protettrice. Come tale sarà onorata fino alla fine dei tempi, sarà oggetto di culto e compirà miracoli”.

Sati, il bagno di fuoco. INDIA

Se non compie il sati, una vedova senza figli in India vive in una condizione miserevole. Vestita con il sari bianco, rasata, priva di un letto, del sale, delle spezie e del diritto di partecipazione alle feste, ridotta a serva, è considerata responsabile della morte del marito e quindi umiliata.

Il suo destino cambia, appunto, se si immola sulla pira accanto al marito. Acquista onore e dignità.

In passato tante donne si sono immolate anche per un marito che non avevano mai visto, morto in un combattimento o in un incidente prima della sera delle nozze. Altre l’hanno fatto per un cognato o un figlio. In altri casi, ma molto raramente, alcune sono state costrette a salire sulla pira.

A proibire il sati sono stati gli inglesi nel 1829. Ma hanno rivitalizzato tale rito, che si è trasformato in un atto di resistenza nazionale. Non è scomparso. Resiste. Nel 1987, fanno sapere gli autori del libro una giovane donna si immolò sulla pira del marito in un villaggio del Rajasthan. “Subito- scrivono- le elite ormai aperte alla mondializzazione e i movimenti femministi si mobilitarono, tanto più che le principali autorità di quello stato, Maharani in testa, avevano plaudito a questo ritorno alla tradizione. Nel 1988 Rajiiv Gandhi proibì l’istigazione al suicidio e il culto delle sati, che continua a prosperare nella clandestinità, soprattutto in Rajasthan, nel grande e terribile tempio di Rani Sati a Junjhunu, dove ancora oggi accade che le sati si immolino in nome dell’amore”.

 

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