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3/11/2011 LA VITA QUOTIDIANA IN INDIA

 

Famiglie e abitazioni indiane

La giornata degli Indiani inizia abitualmente presto; ogni mattina la musica proveniente dalle radiocollocate nei piccoli templi indù eretti per strada sveglia tutti i membri della famiglia, che in genere è piuttostonumerosa, anche perché gli anziani che necessitano di cure vengono accuditi dalla famiglia. La possibilità di farli ospitare in strutture apposite non appartiene, infatti, alla cultura e alla morale indiane, e viene percepita come un abbandono e dunque come una grave mancanza di rispetto.

D'altra parte «un bambino indiano - si legge nella guida India di Morellini - è sorvegliato da vicino, ma, al tempo stesso, riceve poca attenzione personale. Normalmente un bimbo indiano dorme nella stessa stanza dei genitori fino all'età di dodici anni.» Grande interdipendenza e profondo rispetto caratterizzano la vita del popolo indiano; «il padre è visto come il capofamiglia: figli e figlie possono vivere nella casa paterna fino al matrimonio e oltre, perfino all'età di 26 anni una ragazza potrebbe dover chiedere al padre il permesso di cenare fuori.» Spesso nella casa delle famiglie borghesi abitano anche i domestici e a volte anche parenti provenienti dalla campagna che si mantengono svolgendo lavori domestici.

«Nelle città come nei villaggi - è scritto ancora nella guida - la maggior parte dei servizi si svolge anche per strada, dalle cure mediche e dentistiche, al taglio dei capelli, dai servizi di lavanderia alla cucina. Inoltre, quando qualcuno si ammala, di norma, non chiama il dottore, ma si fa ricoverare in ospedale. Le famiglie si "registrano" con un medico dell'ospedale, che le accetta come suoi pazienti.»

Le case possono essere lussuose o fatiscenti. Nella stessa guida si legge: «in alcune regioni la fornitura di energia è irregolare ed è frequente non avere né luce, né acqua. Più della metà degli abitanti delle città non dispone di fognature, quasi un terzo vive senza servizi igienici e il sedici per cento non ha acqua corrente. Nella maggior parte delle case ci sono cisterne d'acqua con pompe, generatori elettrici e stanze rinfrescate da ventilatori.»

La dote e il matrimonio

La legge indiana proibisce esplicitamente la dote, almeno quella in denaro. Nei fatti, tuttavia, la situazione è molto diversa ed è prassi abituale che la futura moglie porti in dote elettrodomestici, scooter, l'automobile e altro ancora. La guida Indiani ed India (Il viaggiatore) afferma che «per il matrimonio, l'usanza prevede che il padre della sposa spenda almeno i suoi guadagni di un anno.»

«In nessun altro paese del mondo il matrimonio ha una simile importanza. La festa dura tre giorni, perché bisogna festeggiare come si deve la figlia che se va, si deve ballare e cantare in suo onore e non piangere per la sua partenza. Una figlia è una maledizione, un figlio invece è un dio. Tale è il senso della cerimonia del matrimonio indù.» La stagione dei matrimoni, almeno al nord, è da ottobre a febbraio, mentre la data precisa delle nozze viene concordata in presenza di un astrologo, che goda della fiducia della famiglia. Lo sposo arriva con un corteo: se la tradizione è rispettata, cavalca uno stallone bianco, accompagnato dal fratello più giovane, e porta al collo grandi ghirlande, fatte di pagliuzze scintillanti oppure di fiori intrecciati, gelsomini o tuberose.» Lo sposo è vestito con una lunga tunica di tessuto lucente, broccato o lamé, e con pantaloni bianchi. A coprire la testa, un turbante con arabeschi d'oro e a volte ornato con un'aigrette. Donne della famiglia lo precedono in abiti da cerimonia, danzando sulla musica suonata da un oboe. Oggi il cavallo bianco è sostituito da un'auto o da un carro decorati, le fiaccole che circondano il corteo da lampade al neon e l'orchestra da una fanfara di ottoni.

 

«La sposa - dice ancora la guida - è vestita con un sari rosso, ha il volto velato, porta alla narice un grosso anello da matrimonio ed è adorna di gioielli in quantità proporzionata alla ricchezza della famiglia; mani e piedi sono decorati con l'henné, al braccio porta undici, ventuno o trentuno bracciali ricevuti in dono alla vigilia del matrimonio dallo zio.»

Il sacerdote sta davanti all'altare su cui è acceso un fuoco con rami di sandalo. «In un recipiente di metallo - si legge - troneggia una noce di cocco circondata da foglie di mango e riso, simbolo cosmico di fecondità. Lo sposo si lava le mani e beve un po' di yogurt mescolato al miele, poi il padre della sposa gli consegna ufficialmente la figlia.» A questo punto lei si alza, si mette a fianco dello sposo e fa con lui sette volte il giro dell'altare. Dopo il quarto giro la donna è sposata, al settimo è la serva del marito e il suo dovere è venerarlo come un dio. Lo sposo applica sulla fronte della moglie il sindor, la polvere vermiglia che indica la sua condizione di donna sposata. Lei d'ora in avanti per chiamare il marito userà perifrasi d'adorazione, invece del suo nome.

Le leggi approvate negli ultimi anni, comunque, garantiscono l'uguaglianza giuridica tra i due sessi. La legge della successione del 1956 stabilisce che tutte le donne indù e sikh hanno il diritto di ereditare i beni della famiglia. «In realtà - è riportato nella guida India (Morellini) - sono trattate come cittadini di seconda classe e alcune organizzazioni danno un'adesione puramente formale alle pari opportunità.»

Il rito funebre

Il rito funebre è una delle celebrazioni più importanti in India. Secondo i precetti dell'Induismo, la cerimonia si deve svolgere nelle dodici ore successive alla morte, sulle rive di un corso d'acqua, in un campo di cremazione. Il feretro è portato a spalla velocemente e deposto sulla riva in modo tale che i piedi del defunto siano nell'acqua.

La guida Indiani ed India (il viaggiatore) spiega che il defunto «sarà arso su una pira di sandalo» (le cui dimensioni dipendono dallo status sociale della famiglia), «cosparso di burro chiarificato: spetta al figlio primogenito appiccare il fuoco, del quale si prenderanno cura gli addetti alla cremazione, al gradino più basso del sistema delle caste. La spoglia mortale è al contempo un sacrificio e un'offerta: al momento in cui il cranio esplode, risuona il grido: "È immortale, perché è il momento in cui l'anima si invola."» Il corpo, infatti, è ritenuto soltanto un involucro che l'anima del defunto abbandona nell'attimo in cui il cranio scoppia; gli atti del defunto poi, secondo la loro conformità al dharma, determineranno una nuova incarnazione nell'elenco delle specie viventi. Alla fine del rito, la famiglia provvede a raccogliere le ceneri e a spargerle nel fiume accompagnandole con preghiere. Ogni anno, poi, i defunti e gli antenati vengono onorati con offerte di riso e semi di sesamo: è il figlio maggiore ad occuparsene, per assicurare allo spirito il passaggio dal limbo alla reincarnazione.

Le prescrizioni islamiche, invece, impongono che la salma venga sepolta entro ventiquattr'ore dal decesso, avvolta in un semplice lenzuolo bianco. La tipologia della sepoltura varia in accordo con la volontà e con le possibilità della famiglia; al riguardo si ricordi che il Taj Mahal, ad Agra, edificato in marmo bianco ed intarsiato di pietre preziose, è un maestoso esempio di mausoleo in stile indo-islamico, fatto realizzare nel Seicento dall'imperatore Shah Jahan per la moglie defunta.

La stessa guida informa poi che «i parsi espongono i loro morti agli avvoltoi, dopo averli cosparsi con urina bovina, alla sommità delle torri del silenzio, soprattutto a Mumbai. I sikh e i jain praticano la cremazione in alta montagna, dove il fuoco non può bruciare, i buddisti espongono i corpi dei defunti agli avvoltoi.»

Le arti: la danza e la musica

In India la danza, storicamente, è stata sia parte integrante dei drammi in sanscrito, sia una forma diadorazione nei santuari interni ai templi, sia un passatempo per le corti. La danza indiana è rimasta pressoché impermeabile alle influenze esterne e risulta particolarmente affascinante per la peculiare gestualità delle mani, per i movimenti aggraziati del corpo e per i ritmi delicati. Quest'arte affonda le radici nell'antichità, come dimostrano sculture e dipinti risalenti fino a 4000 anni fa, e ha rappresentato un'alta forma di devozione ed espressione di emozioni e sentimenti, nata da pulsioni religiose e basata, soprattutto, sulla ricca tradizione indù.

Gli aspetti caratterizzanti sono tre: i movimenti del corpo, eseguiti solo in virtù della loro bellezza e della loro grazie decorativa; le espressioni del viso e la gestualità codificate, che intendono trasmettere un significato o introdurre un tema; ancora le espressioni del viso e i movimenti delle mani, abbinati all'uso delle parole, che introducono elementi del dramma. La tecnica impiegata impegna tutto il corpo ed è finalizzata a realizzare movimenti precisamente codificati, ma non è rara l'improvvisazione. Il danzatore, infatti, deve dare anche il contributo della propria interpretazione creativa, non solo attraverso il dinamismo corporeo, la mimica facciale, il canto e la recitazione, ma anche tramite i costumi e gli ornamenti. L'obiettivo è quello di far rivivere, di volta in volta, le antiche leggende e le tradizioni secolari all'interno di un rituale complesso, di difficile comprensione, ma di grande fascino, per quanti non partecipino del rigoglioso patrimonio culturale che lo sottende. Nel corso dei secoli, alcune danze ricevettero una rigida codificazione, gettando così le basi per lo sviluppo degli stili della danza classica indiana, che sono i seguenti.

Il Bharatanatyam è di solito associato ad uno dei testi fondamentali della danza e del teatro indiani, il Natya-Shastra, ed è caratterizzato dalla prevalenza di movimenti angolari e simmetrici, accompagnati dalla musica karnatica del sud.

Il Kathakali rappresenta uno degli stili più interessanti e complessi, in cui la danza pura, il teatro e la musica si fondono armonicamente. Il moderno Kathakali è la sintesi della maggior parte delle forme teatrali dell'India meridionale, e ciò che, infatti, spicca in questo stile è la qualità drammatica raggiunta attraverso l'attento utilizzo di tutte le parti del corpo, soprattutto la muscolatura facciale.

L'Odissi (o Orissi) risulterebbe, sulla base delle testimonianze archeologiche, la forma più antica di danza classica indiana. La flessione del fianco e la tipica posa tribhanga sono comuni alla maggior parte delle figure che compongono questo stile.

Il Kuchipudi nasce come una forma di teatro-danza nel paese omonimo, in Andra Pradesh. La tradizione vuole che, circa 500 anni fa, un gruppo di bramini del villaggio di Kuchipudi si sia unito per dare vita a questa espressione artistica, che si diffuse poi maggiormente come danza del popolo e mezzo di sostentamento per gli artisti. In origine esistevano gruppi di danzatori maschi (questa danza era infatti preclusa alle donne) che giravano per le corti e per i villaggi, presentando la loro arte.

Il Manipur è uno stile di danza - del quale i movimenti dei piedi costituiscono l'aspetto essenziale - che deve il proprio nome all'omonimo stato nel Nord-Est dell'India, dove la danza e la musica fanno parte della routine quotidiana degli abitanti, che le considerano un'offerta alla divinità.

Anche il canto è una forma artistica estremamente importante per la cultura indiana: esso, infatti, celebra le gesta degli dei, accompagna le festività, scandisce i ritmi stagionali della natura e porta gioia al lavoro quotidiano del contadino, del barcaiolo, del cammelliere.

La musica indiana era in principio articolata secondo solo tre note, che nel corso del tempo sono diventate dapprima cinque e più tardi sette. Oggi la melodia è costruita su una scala che comprende ventidue microtoni e crea infinite gamme di variazione. Nella sua straordinaria peculiarità, rimane però una musica estremamente lontana dalla tradizione occidentale.